Movimento Apostolico Ciechi

In copertina

“Libertà, solidarietà, partecipazione” 

Luce e Amore Anno LXXIV - N. 3 Luglio/Settembre 2024
Pubblicazione trimestrale del Movimento Apostolico Ciechi

 

Generare e sostenere comunità

[…] significa eliminare

ogni discriminazione e soddisfare

concretamente l’esigenza

di ogni persona

di sentirsi riconosciuta

e di sentirsi parte.

Non c’è inclusione, infatti,

se manca l’esperienza

della fraternità

e della comunione reciproca.

Papa Francesco

 

 

SOMMARIO

◼︎EDITORIALE

Emergenza educativa, differenze e distanze
di Francesco Scelzo

LA PAROLA E LA VITA

- La formazione come cura della comunità
di don Alfonso Giorgio

InFORMAZIONE e ...

- Il cammino sinodale: una grande sfida per l’azione educativa della Chiesa
  di Luigi Sacccoman

- Al cuore della democrazia La 50esima settimana sociale dei cattolici in Italia
  di Ernesto Preziosi

- L’inclusione scolastica alla Settimana sociale dei cattolici in Italia  
  di Salvatore Nocera

VERSO IL GIUBILEO 2025

- GIUBILEO 2025. La speranza non delude La Bolla di indizione del Giubileo in compendio
  di don Paolo Braida

SPECIALE 
FORMAZIONE, DIRITTO AL LAVORO E PERSONE CON DISABILITÀ

- Le persone con disabilità e il lavoro come diritto di cittadinanza
  di Salvatore Nocera

- Giovani con disabilità di fronte alla prospettiva del lavoro e verso la vita indipendente
   di Arianna Ranauro

- Metodologia cooperativa nei percorsi di formazione all’autonomia e all’inclusione socialea
  di Francesca Romana Busnelli

- Le cooperative sociali di tipo B e l’inserimento lavorativo di persone con disabilità.
  Dall’assistenza al progetto di vita indipendente e il disability manager
  di Simona Balistreri

COOPERAZIONE TRA POPOLI E PROGETTI

- Ponti di pace. Un interessante progetto in una scuola di Arezzo
  di Violetta Defilippo

- Da Adigrat ci scrivono
  di Violetta Defilippo

PROMOZIONE SOCIALE IN ITALIA

- Inclusione scolastica Le ragioni dell’impegno del MAC
  di Salvatore Nocera

- Un’esperienza per divulgare informazioni
  di Chiarina Corallo

- A Brescia riprendono i corsi di formazione e aggiornamento dei docenti organizzati dal MAC
  di Sonia Benedan

- Un testo per l’apprendimento del codice Braille
  di Pamela Speranza

- Noi insieme” per potenziare le autonomie di base
  di Paola Ragaini

- Uno stage per crescere
  di Antonio Pellizzaro

EVENTI MAC

Le giornate di spiritualità del MAC
- Come rinnovare la gioia
  di Salvatore Leggio

- Una testimonianza: La speranza e la pazienza
  di Simona Balistreri

Alcuni spunti di riflessione dei partecipanti

RACCONTI DAL TERRITORIO

-Formia – Nasce un nuovo gruppo MAC nella Chiesa di Gaeta
 di Vito Amodio

-Varese – Il gruppo incontra il Vicario Episcopale
 di Antonio Pellizzaro

-Verona – Il gruppo MAC e la visita di Papa Francesco alla città
di Francesco Bondardo

-Verona – Il Gruppo locale in visita alla Casa madre dei Padri Comboniani
 di Igino Mengalli

-Ragusa – I Gruppi di Ragusa e Caltagirone in visita al Castello di Donnafugata
 di Chiarina Corallo 

- Udine – I gruppi MAC del Triveneto e l’A.N.Fa.Mi.V. in pellegrinaggio
 di Lorenza Vetto

Genova – Don Sergio Manarolo: una presenza accanto discreta, generosa e sorridente
 di Linda Arienti

 

Editoriale

di Francesco Scelzo 

L’incontro e la comunità

Educazione, formazione, partecipazione e condivisione esigono e rinviano a differenze e distanze che nell’età moderna progressivamente si è creduti di dover annullare, di dover negare; il nichilismo, qualità rilevante del pensiero moderno, è diventato nel tempo connotazione della visione della vita e della storia, negando ogni forma di legame e di relazione che sono a fondamento di entrambe. Ciò potrebbe sembrare contraddittorio dal  momento che negli ultimi sessant’anni il mondo è diventato sempre  più connesso fino a diventare una rete globale in cui tutti sembrano  avere un posto e ciò è stato facilitato dalla rivoluzione e dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione; la stessa svolta politica degli  ultimi anni Novanta, quella della globalizzazione, sembrerebbe una  contraddizione rispetto all’affermazione totalizzante dell’individuo, del soggettivismo relativistico e del narcisismo, per cui come efficacemente scrive Vito Mancuso “Dio è l’Io”.  

La stessa tesi filosofica di Popper, che proponeva di evitare il rischio di una visione olistica della vita e dell’organizzazione politica, potrebbe apparire infondata e in contraddizione con questo processo di “indifferenza” e di individualizzazione della relazione dell’io con l’altro. Quale potrebbe essere la ragione di questo processo di soggettivizzazione individualistica? Perché appare contraddittoria la contemporanea affermazione dell’esigenza di formazione e di condivisione mentre ci si rifugia sempre più nel leaderismo? Perché il processo comunitario, le reti familiari, il vicinato diventano sempre più fragili, sempre più deboli? Perché la scuola, il luogo di lavoro appaiono sempre più inospitali? Perché a tutti appare sempre più debole la forma politica della democrazia? È ancora vivo il sentimento di comunità nel nostro Paese? Il fare comunità rimane un progetto di vita? Il cosiddetto “inverno demografico” è determinato, forse, anche da un diminuito sentimento comunitario?

Perché si indeboliscono tutte le forme di aggregazione comunitarie finanche le attività religiose?  

“Al cuore della democrazia” è stato il tema che i cattolici italiani hanno posto all’attenzione di tutti nella cinquantesima Settimana Sociale; il brillante intervento del Presidente della Repubblica e lo sviluppo della discussione è stato sorprendente per l’interesse che ha suscitato in tutti: la partecipazione è l’elemento debole nella democrazia del nostro tempo, l’assenza di partecipazione è la causa della crisi della democrazia e cioè della vita comunitaria. Spesso ci si confronta sulla sempre più rara partecipazione dei fedeli alla vita delle parrocchie, l’associazionismo è sempre più frammentato e i partiti politici sono di fatto inesistenti. È diventato un motto ricorrente l’esigenza di comunità, di scuole, di città inclusive; l’inclusione negli ultimi tempi è diventato termine ricorrente in ogni riflessione politica o sociale in relazione a qualunque tema circa disabilità, disagio, migrazione e politica in genere, mentre città, scuole, ambienti di lavoro vengono avvertiti sempre più come inospitali. Negli ultimi anni sempre più spesso si parla di emergenza educativa, di povertà educativa, di esigenze formative e il tema dei diritti umani, sociali e civili appare come la soluzione e il superamento di fragilità e fratture. Perché ha sorpreso e interpellato tutti il tema della Settimana dei Cattolici in Italia? Perché le città, le scuole e le comunità si avvertono come inospitali? Perché l’educare e il formare appaiono imprese impossibili?

Educazione, formazione, partecipazione e condivisione esigono di essere coniugate con una visione filosofica e teologica dell’uomo e della vita che non escluda il tempo e la storia come elementi irrilevanti; partecipazione e democrazia rinviano immediatamente all’esigenza di impegnare del tempo e di governare le relazioni: partecipare significa esserci e democrazia significa governo di un popolo costituito, di una cittadinanza. La condivisione presuppone l’alterità, l’essere parte l’uno dell’altro e l’educazione, come la formazione, presuppone l’interlocuzione, la relazione fra differenti con lo scopo di modificare, di modellare il contesto e le relazioni in cui l’uomo è incluso. Una visione dell’uomo, misura della realtà senza tempo, senza l’altro, nega ogni forma di educazione, di formazione, ogni possibilità di partecipazione di condivisione perché nega l’altro. La negazione dell’altro è la conseguenza della negazione della differenza e della distanza; differenza e distanza generano desiderio e tensione verso l’altro, elementi determinanti nello sviluppare le relazioni e i legami nonché esprimere, dare forma alla libertà dell’uomo. Negare differenza e distanza significa negare la libertà; è questa la contraddizione della civiltà moderna che ha creduto di affermare libertà e uguaglianza negando l’altro, negando differenze e distanze.

 

 

LA PAROLA E LA VITA

La formazione come cura della comunità

di don Alfonso Giorgio

Quando parliamo di comunità pensiamo subito ad una aggregazione di persone o ad una famiglia ove si mettono insieme talenti, si condividono sogni e interessi, progetti ecc. Però se andiamo all’etimologia del termine comunità troviamo che esso è fatto derivare prevalentemente dal latino cum-munus, letteralmente “insieme di doni” e fa implicitamente riferimento ad un gesto di scambio, ma tale origine non è data per acquisita dai filologi. Confrontando, infatti, col termine simile comunicazione si possono ipotizzare altre derivazioni e, di conseguenza, nuovi significati originari.

L’indagine etimologica ci suggerisce alcuni interessanti spunti di riflessione: cum-manibus: indica una transazione economica che si concretava con la stretta di mano e che vincolava la volontà negoziale; cum-moenia: suggerisce la fraternità degli esseri che stanno dentro le mura; cum-munia: fa appello al senso del dovere; cum munis: evoca il compimento del proprio incarico con altri.

Questi molteplici significati, desunti dalla sola analisi della parola, ci confermano in breve che non si può pensare ad una comunità come un insieme di individualità autonome, ripiegate ognuna su se stesse, ognuno per fatti propri, ma bisogna considerare proprio quella dimensione ineludibile che è la fraternità.

Molto spesso, oggi, riscontriamo che soggetti anche molto giovani mentre sono in grado di comunicare con gli altri, in maniera fluida e coinvolgente attraverso i social, non lo sono altrettanto nelle relazioni ordinarie e classiche “de visu”.

Nella “navigazione”, infatti, si parla addirittura di “amici” che poi si rivelano “non-amici” e nella vita reale spesso mancano i veri amici o sono pochissimi, perché nelle relazioni manca lo scambio, l’incontro/scontro con gli altri, cioè quello che don Tonino Bello chiamava confronto tra volti:

“Bisogna stare attenti nell’allacciare rapporti umani più credibili, più veri. Basati sulla contemplazione del volto. Basati sulla stretta di mano che non contenga nascosta la lama di un coltello. Rapporti umani basati sull’etica del volto, dello sguardo. La nonviolenza comincia da lì: l’etica del volto. Sono convinto che noi ci apriremo alla dimensione divina proprio a partire dal volto umano. (don Tonino Bello).

Quando mancano i volti è facile scadere nei dialoghi, è facile anche entrare in guerra. La cronaca attuale ne è una conferma. Ebbene in una aggregazione di persone che chiamiamo “comunità”, proprio perché non possiamo fare a meno di incontrarci e confrontarci, non si può tralasciare quello che è un aspetto importante per l’autorealizzazione delle persone: la formazione.

Per crescere come persone o come credenti in Cristo è necessario educare, educarsi e formarsi.

Il classico proverbio africano citato anche da papa Francesco afferma che “per educare un bambino ci vuole un villaggio” perché la trama comunitaria è il cuore della vita e della crescita dei membri della stessa comunità. Non è l’individuo a formarsi ma la persona, nel suo “essere per”, cioè nelle sue relazioni e la comunità dovrebbe favorire il percorso di ogni singola persona promuovendo formazione per tutti. La comunità, infatti, promuovendo prossimità, cambiamento inteso come continuo cammino in avanti nella libertà, favorisce la formazione di ogni persona che vi fa capo e affranca il singolo da quell’isolamento distruttivo già evidenziato in Genesi quando ci parla della solitudine di Adamo. Parliamo di quella solitudine da isolamento spaziale, che solo la donna è in grado di annullare; una donna (Eva) che ha un nome, una sua identità precisa tale da dare un senso alla sua esistenza e a quella di Adamo. Da qui capiamo che non possiamo vivere se non insieme agli altri: “non è bene che l’uomo sia solo”! (Gen. 2, 18)

Papa Francesco con l’ultimo messaggio per la Giornata mondiale del malato sottolineava che il monito biblico va sempre accolto, specialmente nell’epoca in cui viviamo e in questo senso la formazione diventa “cura”, infatti non possiamo pensare ad una formazione umana e cristiana dei membri di una comunità che sia solo di carattere teorico o teoretico. È necessario quel conforto-confronto che serve a noi tutti, perché offre interessanti possibilità di decentramento, per sperimentare altri punti di vista, magari liberi dalle nostre precomprensioni e reazioni emotive, per maturare la consapevolezza che le nostre vicende o i nostri punti di vista personali, spesso, hanno molti più contenuti in comune con quelli degli altri, più di quello che immaginiamo.

Il “conforto” che si declina come “cura” ci permette anche di crescere in umanità e cristianità, perché è nella prassi che noi attuiamo e sperimentiamo la fraternità. Anche la Fede senza le opere è falsa (cfr Giacomo 2,17). Allora nella comunità è necessario avere “lo sguardo compassionevole di Gesù” e prendersi cura di chi soffre ed è solo, magari emarginato e scartato. Con l’amore vicendevole, che Cristo Signore ci dona nella preghiera, specialmente nell’Eucaristia, curiamo le ferite della solitudine e dell’isolamento. E così cooperiamo a contrastare la cultura dell’individualismo, dell’indifferenza, dello scarto e a far crescere la cultura della tenerezza e della compassione“ (Francesco, Messaggio per la XXXII Giornata mondiale del Malato, Roma 10 gennaio 2024).

Formare vuol dire anche prendersi cura di se stessi per non rimanere fuori dai processi di crescita e aggiornamento dei linguaggi, delle strategie, delle tecnologie della comunicazione e di ogni altro ambito utile al perseguimento degli obiettivi di felicità e autorealizzazione che sono insiti nel cuore di ogni persona. Ma la Chiesa, attingendo alla Sapienza dei Vangeli, ci ricorda, giustamente, che non vi può essere piena realizzazione se ci si limita a guardare a se stessi, anche perché la vera felicità si attua quando ci decentriamo, quando diventiamo noi stessi dono gli uni per gli altri. Ecco perché bisogna prendersi cura gli uni degli altri. La formazione della comunità dunque non può scavalcare questa esigenza imprescindibile. Si tratta di un’istanza umana e spirituale necessaria: curare il prossimo e curare se stessi, cioè promuovere una nuova cultura della misericordia, dove è il cuore a farsi “misero” e prossimo al cuore dell’altro. Questo può accadere se vengono avviati processi di apprendimento che tengano conto del volto dell’altro che ci sta dinanzi.

Prima fra tutti la Chiesa e ogni singola realtà ecclesiale avrebbero il compito di promuovere una cultura della solidarietà che si muova tra pubblica istituzione, associazioni, movimenti e ogni altra forza di volontariato perché, al di là di ogni equivoco di concorrenzialità, possa strutturarsi un’organica continuità di servizio a vantaggio dei più poveri e sofferenti (cfr. Don Tonino Bello, Scritti vari, La Nuova Mezzina, Molfetta 2018) 

In ultimo va detto che se è vero che l’uomo non può vivere da solo e non ci si può formare facilmente da solo, è vero anche che il banco di prova per capire se siamo cambiati, cioè se abbiamo acquisito nuove competenze o nuove abilità tali da poter essere ancora più utili alla società e alla Chiesa, è proprio la comunità che accetta e riconosce il cambiamento.

Da quanto detto emerge un fatto quanto mai urgente oggi, e cioè che la comunità è chiamata ad essere e diventare luogo privilegiato di formazione culturale e del sé, riprendendo l’idea che essa sia vocazione universalmente umana, (R. Mancini, L’uomo e la comunità, Edizioni  Quiqajon Comunità di Bose 2001) come afferma il filosofo Mancini, e  che nessuno di noi può dirsi estraneo a questa misteriosa chiamata a realizzare con gli altri una vita che sia più della vita, una vita gioiosa e piena di speranza per il futuro, una vita – secondo il Vangelo - beata.

 

 

 

 

 

In copertina

“Incontrarsi è fare comunità” 

Luce e Amore Anno LXXIV - N. 2 Aprile/Giugno 2024
Pubblicazione trimestrale del Movimento Apostolico Ciechi

 

Nessuno esiste senza gli altri  

e se gli altri non ci sono più  

smettiamo di esistere anche noi.  

Coloro che hanno il compito  

di costruire l’architettura della pace 

abbiano il coraggio di iniziare

combattendo l’odio e l’ignoranza

e costruendo con la propria vita

ponti di solidarietà e comprensione

e di amore.

Card. Matteo Zuppi

 

 

SOMMARIO

◼︎EDITORIALE

-L’incontro e la comunità
di Francesco Scelzo

LA PAROLA E LA VITA

Una comunità per condividere i doni
di don Alfonso Giorgio

InFORMAZIONE e ...

- Francesco Live
  di Simona D’Amato

- I giovani tra disincanto e desiderio e domanda di futuro
  di Ernesto Preziosi

- La Chiesa italiana a confronto su comunità e persone con disabilità  
  di Michela De Rosa

- La fatica dell’inclusione nelle diverse stagioni della vita 
  di Caterina De Luisi

SPECIALE

Verso il Giubileo 2025

Pellegrini di speranza, testimoni di libertà e servizi ai poveri nel tempo delle numerose guerre e della povertà dilagante

- Pellegrini di speranza alla ricerca di una strada per la pace
  di Angelo Scelzo

- Un approccio al ruolo del popolo e dei poveri nella storia dei giubilei

  di don António Hofmeister e don José Amaro Pombal

- Il Giubileo nella Bibbia
  di don Lucio Sembrano

- Il Giubileo interpella il MAC
  di don Paolo Braida

COOPERAZIONE TRA POPOLI E PROGETTI

-Essere catechisti in Africa
 di Violetta Defilippo

-Insieme per evangelizzare

-Oltre ogni pregiudizio

PROMOZIONE SOCIALE IN ITALIA

-Tavole con immagini a rilievo per i gruppi di catechismo dei bambini
 di Natascia Rosa

-L’inclusione dei disabili nelle comunità cristiane
 di Luigi Saccoman

-Echi del progetto Autonomie Possibili La testimonianza di una coppia di genitori
 di Tamara e Mauro Petrillo

RACCONTI DAL TERRITORIO

-Bergamo – Incontro dei gruppi della Lombardia
 di Margherita Merlini

-Ravenna – Incontro dei gruppi di Marche e Emilia Romagna
 di Riccardo Satriano

-Venezia – Il gruppo incontra il Patriarca
 di Luigi Saccoman

-Vicenza – Il gruppo si incontra nel ricordo di Giorgio
 di Nicola Ferrando

Editoriale

di Francesco Scelzo 

L’incontro e la comunità

L’incontro è il fondamento, la condizione per fare comunità; l’incontrarsi precede la costruzione delle relazioni e degli ambienti comuni del vivere, propri di una comunità. L’anno giubilare, nella tradizione biblica, si poneva come un evento per ricostruire e recuperare il cammino comune di un popolo, lo stare insieme, il fare comunità, favorire e ricostituire l’incontro tra le persone. Il Giubileo 2025, che andremo a celebrare, potrà essere un’occasione per ripensare il modo di essere comunità degli uomini nel nostro tempo. I responsabili delle Nazioni perseguono il bene comune dei loro popoli? I governanti del mondo sono protesi nella costruzione di una comunità degli uomini? Cosa potrà significare per tutti celebrare il Giubileo 2025? L’uomo del nostro tempo coltiva l’incontro?

Solitamente, anche quest’anno, nel mese di marzo l’ISTAT diffonde i dati sulla popolazione italiana dell’anno precedente; puntualmente, come ogni anno, anche quest’anno la presentazione di questi dati ci interpellano sul nostro essere comunità in Italia e, più in genere, nel mondo occidentale. La popolazione residente in Italia continua a diminuire e nel 2023 si attesta a circa 58 milioni 990mila. Il dato più sorprendente, che interpella tutti, è quello relativo alle nascite: prosegue la diminuzione delle nascite, iniziata nel 2008, e i dati provvisori dicono che i nati in Italia nel 2023 sono stati 379mila, con una diminuzione di 14mila unità rispetto al 2022, il numero più basso dall’unificazione del Paese nel 1861 quando in Italia vivevano circa 30 milioni di persone.

È ancora vivo il sentimento di comunità nel nostro Paese? Il fare comunità rimane un progetto di vita? Il cosiddetto “inverno demografico” è determinato, forse, anche da un diminuito sentimento comunitario?

L’esplosione nel mondo dei numerosi conflitti, pur già presenti, e l’intensificarsi di tensioni in alcune aree del mondo, come in molti Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, la guerra tra Russia e Ucraina e quella tra Israele e palestinesi, ci raccontano di un mondo frammentato e frantumato nelle relazioni internazionali, nelle relazioni tra i popoli. La guerra rimane uno strumento di sviluppo delle relazioni tra i popoli, incurante di tutto ciò che essa produce come danni economici e come morti. Mentre alla fine degli anni ’80 si respirava nel mondo un clima di tensione verso una comunità globalizzata e il santo Papa Giovanni Paolo II con alcune delle sue Encicliche sottolineava e richiamava tutti circa la interdipendenza tra i popoli e tra le nazioni e tutti respiravamo questo clima per cui la comunità mondiale immaginava per sé un comune destino, in quest’ultimo decennio è emersa prepotente la crisi della globalizzazione, la frattura delle relazioni e il conflitto tra grandi potenze sia politiche sia economiche e tra gli stessi Stati oltre che tra i popoli. Nei primi mesi di quest’anno si parla di riarmo e più di qualche Paese immagina di tornare alla leva obbligatoria. La voce di Papa Francesco è rimasta l’unica voce nel mondo che invita gli uomini ad immaginare e a costruire la pace comune, ciò che è bene per tutti, a costruire la pace e invita i cristiani ad essere pellegrini di speranza in questo mondo frammentato. Ci propone, perciò, di celebrare il Giubileo 2025 come il tempo giusto per il “condono”, il perdono, il dono come progetto di vita per un mondo in Pace. È ancora pensabile, è possibile immaginare una comunità degli uomini in cammino per costruire il bene comune di tutti? È possibile coltivare la speranza di un mondo unito e in pace?

In Occidente negli ultimi 5 secoli si è sviluppata e si è affermata la civiltà che identifichiamo come moderna; alle sue origini, mentre da un lato vi era la grande speranza dell’apertura al mondo si immaginava anche ciò come una opportunità per acquisire ricchezze, mentre qualche filosofo, come Tommaso Moro, sognava l’utopia, il sogno di una società pacifica ove la cultura regola le relazioni umane e comunitarie, altri, come Hobbes, proponevano l’uomo come “lupo per l’altro”. All’origine della civiltà moderna, pertanto, si andò affermando che il potere dell’uomo nel mondo era soprattutto un esercizio di dominio, sia nelle relazioni tra i popoli sia nelle relazioni con il Creato; è questo il principio basilare dello sviluppo economico, sociale e culturale di questo lungo periodo durato 5 secoli in cui si sono succedute numerose rivoluzioni, come quelle sociali, quali la colonizzazione, come quelle politiche, quali le modifiche istituzionali nei diversi Stati, come quelle economiche, quali le diverse rivoluzioni industriali, e soprattutto quelle culturali, che hanno investito la visione stessa dell’uomo nel mondo e nella storia approdando al nichilismo, al relativismo e al soggettivismo narcisistico degli ultimi anni. La morte di Dio, celebrata come l’esito di questo percorso, ha sancito soprattutto la morte dell’uomo. L’orizzonte del divino apre l’uomo alla relazione ed è il fondamento della relazione. La presunzione del superamento dell’orizzonte del divino, dell’annientamento del divino produce la volontà di potenza dell’uomo e la negazione della dimensione relazionale dell’uomo. È giunto il tempo di una grande svolta antropologica, in cui l’uomo è chiamato a riscoprire la propria dimensione “religiosa”, spirituale, aperto e ospitale verso l’altro. Un uomo aperto sarà capace di relazioni, sarà capace di relazioni positive verso gli altri uomini e verso il Creato, potrà divenire il custode della terra come casa comune. Le relazioni diventeranno, così, occasione di incontro e non di scontro, di pace e non di guerra, di confronto e non di conflitto, e ci si incamminerà verso una umanità che potrà diventare comunità, comunità universale. Questa cultura, che pone al centro la persona e la comunità, che rinvia intrinsecamente alla relazione e all’incontro, e la cultura della modernità, che ha scelto come idee guida il progresso, i diritti, spesso declinati come civili ma in realtà soltanto individuali, l’indipendenza, non riescono a dialogare avendo strutture del linguaggio differenti e divergenti. Al progresso si è anche necessariamente unito il determinismo meccanicistico di una visione materialistica dell’uomo e i diritti sono diventati beni indeterminati e riconducibili all’arbitrio insindacabile di un uomo macchina i cui soli vincoli sono affidati alla sua volontà di potenza, alla sua indipendenza da ogni vincolo. La visione dell’uomo senza vincoli è un progetto di uomo simile a uno scalatore che vuole organizzare l’arrampicata senza chiodi, senza corde, senza piccozza, senza cioè i vincoli che rendono possibile l’esercizio del suo potere.

La grande questione antropologica è il potere, il potere dell’uomo.

I vincoli e le possibilità sono gli attrezzi per la scalata nella costruzione di una visione antropologica che vada oltre la visione dell’uomo moderno; l’esercizio del potere dell’uomo è un’arte spirituale di governo che si radica nella libertà, che è espressione della possibilità dell’uomo di concorrere con responsabilità al governo della creazione e dell’uomo stesso in quanto persona e comunità e non come dominio di un soggetto che utilizza e ordina la realtà sia del creato sia dell’uomo in nome di una presunta indipendenza nell’assumere come criterio di sviluppo dell’uomo il progresso e i diritti senza alcun riferimento ad un orizzonte che vada oltre se stesso.

Solo un uomo aperto ad un orizzonte che va oltre se stesso può sottoscrivere un “patto per la famiglia”, il family act che il Parlamento Italiano ha approvato due anni fa all’unanimità e oggi è caduto nel dimenticatoio. Come si può pensare ad una famiglia come un sistema di relazioni tra un uomo e una donna aperto e finalizzato alla nascita dei figli se indipendenza, progresso e diritti, così come da noi assunti in questo tempo, sono le nostre idee guida, le nostre visioni? Progresso, diritti e indipendenza sono i valori dell’incontro o, piuttosto, sono la ragione di un conflitto?

Una nuova visione dell’uomo fondata sull’incontro è la sola realtà che può dare futuro all’uomo stesso.

 

 

LA PAROLA E LA VITA

Una comunità per condividere i doni

di don Alfonso Giorgio

“In una comunità cristiana, tutto il problema è che ognuno diventi un anello indispensabile della medesima catena: soltanto quando tutti gli anelli reggono, fino al più piccolo, la catena non può essere spezzata. Una comunità che tollera dei membri inutili prepara con questo la sua rovina. Ecco perché dovrà assegnare ad ognuno un compito speciale, così che, nei momenti di dubbio, nessuno possa sentirsi inutile. Ogni comunità cristiana deve sapere che non sono solo i suoi membri deboli ad aver bisogno dei forti ma anche i forti non potrebbero vivere senza i deboli. L’eliminazione dei deboli significa la morte della comunità” (Dietrich Bonhoeffer, De la vie Communautaire, 95 Foi Vivante, n.83).

Dietrich Bonhoeffer, pastore protestante internato in un campo di concentramento nazista, in un suo scritto, giustamente, affermava che anche i più deboli presenti in una realtà umana devono potersi esprimere, dare il proprio apporto perché proprio quando il proprio dono viene utilizzato si sta costruendo la comunità. Naturalmente tutto questo presuppone che ognuno conosca il proprio dono, il proprio peculiare carisma e che anche gli altri lo riconoscano e lo accettino.

Ognuno con il proprio dono può contribuire in modo responsabile alla crescita della comunità e il suo agire sarà efficace e determinante se sarà preceduto anche da un cammino personale di accettazione dei propri limiti, oltre che del proprio dono specifico. L’accettazione di sé, del proprio sé limitato, come pure di una propria disabilità, oltre che del proprio dono, ci permetterà di comprendere meglio anche i doni e i limiti degli altri.

Talvolta, per una sorta di mielosa compassione, ad una persona anziana, ad una persona con disabilità, o comunque ad una persona palesemente debole, ci si rivolge con espressioni consolatorie, del tipo “tu sei necessario perché solo la tua presenza per noi è un dono”, ma in realtà non si fa altro che cadere in quel terribile trabocchetto che è il “pietismo”, una sorta di consolazione che mortifica la libertà e l’autodeterminazione di una persona.

La Sacra Scrittura ci conferma che il dono più prezioso nella comunità si radica nella debolezza, perché è quando si è deboli e poveri che si ha bisogno degli altri, che li si chiama ad esercitare i loro doni, perché gli ultimi diventano i primi e, come ci ricorda San Paolo, solo quando si è deboli si è davvero forti (cfr. 2Cor 12, 10). Ma è compito della comunità ascoltare la Parola e attuarla nelle dinamiche relazionali di tutti i membri.

Il modo giusto per includere, integrare, rendere significativa la presenza di una persona “debole” in una comunità è aiutarla fino in fondo a riconoscere il proprio dono, fosse anche un dono di carattere eminentemente spirituale come, ad esempio, l’impegno della preghiera per tutti i singoli membri della stessa comunità al fine di assicurare loro un sostegno potente e rassicurante e continuativo nel tempo. Ovviamente un dono non lo si deve attribuire dall’esterno ma deve essere la persona interessata a scoprirlo in se stesso. Va detto anche che ogni dono ha un senso nella misura in cui viene compreso in relazione ad una specifica funzione, anche se dovrebbe essere sempre vissuto con amore, perché è l’amore che rende feconde le nostre azioni: l’amore per Dio e l’amore per il prossimo.

Una comunità cristiana non può limitarsi a vivere e promuovere relazioni generiche, perché solo ponendo le fondamenta nella Parola di Cristo-Verità può far crescere la comunione. Quanto più ci impegniamo a vivere la Parola, tanto più impariamo a dirci ogni cosa nella verità, anche cose che magari costituiscono un problema per le nostre relazioni e ancor più perché, così facendo, costruiamo relazioni vere e profonde. La comunione, infatti, cresce e si rende visibile quando c’è sincerità, senso del proprio limite e desiderio di trasparenza.

Molto spesso l’esperienza nei gruppi, nelle comunità e talvolta nelle coppie, conferma che ci si ferma alle prime difficoltà relazionali, invece bisognerebbe aver il coraggio di dire la verità, anche se questo potrebbe far soffrire l’altro, dovrebbe essere però sempre un “dire la verità nella carità” (cfr Ef 4,15) come ci ricorda San Paolo. Quando si arriva poi a correggersi gli uni gli altri fraternamente vuol dire che si è giunti ad un livello tale di comunione da avvertire in pienezza l’amore di Dio in noi. Più siamo dentro quella circolarità di amore che passa dal Padre al Figlio nello Spirito Santo, più siamo uniti fra noi, tutti in relazione, più cresce la stima reciproca, la fraternità e la comunione quale frutto della verità.

La comunione di tutti coloro che compongono la comunità ci rende capaci di offrire al mondo una testimonianza credibile, “un annuncio di speranza che può essere accolto proficuamente solo se viene offerto da una comunità che vive in Comunione e non da un singolo che gioca con le parole e si esercita con l’accademia” (cfr. don Tonino Bello, Scritti quaresimali, Meridiana, Molfetta, 279-280).

Un altro aspetto che non può essere eluso nel cammino di crescita di una comunità è precisato da papa Francesco quando afferma nella bolla di indizione del giubileo “Non manchi l’attenzione inclusiva verso quanti, trovandosi in condizioni di vita particolarmente faticose, sperimentano la propria debolezza, specialmente se affetti da patologie o disabilità che limitano molto l’autonomia personale. La cura per loro è un inno alla dignità umana, un canto di speranza che richiede la coralità della società intera” (Francesco, Spes non Confundit, Bolla di indizione del Giubileo Ordinario dell’Anno 2025).

 In più occasioni e in molti documenti del Magistero, papa Francesco ci esorta ad essere Chiesa accogliente, una comunità, un’associazione ecclesiale che non fa discriminazioni e che ha il cuore tenero, di carne e non di pietra dinanzi alle necessità dei più deboli. Una Chiesa che non esclude mai e accoglie tutti. Tutto ciò vuol dire che il futuro di una comunità ecclesiale è segnato dalla capacità di accogliere e di restare sempre aperti alla Provvidenza e al quotidiano, certi che è sempre Dio all’origine di tutto e che in Gesù Egli veglia sempre su di noi con amore.

 

 

 

 

 

In copertina l'uomo raggiunge vette eccelse attraverso il dialogo con Dio

“L’uomo in dialogo con Dio” 

Luce e Amore Anno LXXIV - N. 1 Gennaio/Marzo 2024
Pubblicazione trimestrale del Movimento Apostolico Ciechi

 

Quando noi sentiamo nel nostro cuore  

“Vorrei essere più buono... sono pentito di  

quello che ho fatto” è proprio il Signore 

che bussa. Ti fa sentire questo: la voglia di 

essere migliore, la voglia di rimanere più , 

vicino agli altri, a Dio. Se tu senti questo,

fermati. Il Signore è lì. »

Papa Francesco

(Angelus 21 dicembre 2014)

 

 

SOMMARIO

◼︎EDITORIALE

- Dialogo con l’Altro che è in noi
di Francesco Scelzo 

◼︎LA PAROLA E LA VITA

- Un atto di amore che fa bene al corpo e allo spirito.
di don Alfonso Giorgio

◼︎InFORMAZIONE e ...

- Attraverso il deserto, Dio ci guida alla libertà
di Andrea La Regina

- La persona con disabilità ci obbliga a interrogarci sul mistero dell’uomo - Intervista a don Paolo Braida
di Katiuscia Betti

- Divine creature
di Margherita Merlini

- La figura di Maria nella Chiesa tra devozione e dogmi
di Katiuscia Betti

◼︎SPECIALE - Giornate Nazionali della Condivisione 2023 “Da 95 anni pellegrini e testimoni di speranza”

- Il programma delle Giornate

- Da 95 anni pellegrini e testimoni di speranza
di Michela De Rosa

- Testimoni in Cammino
di Maria Giovanna Rossi

- Un cammino di dialogo nella Chiesa e con il Mondo
di Tillo Nocera

- Una realtà di speranza per le persone con pluriminorazione psicosensoriale
di Francesco Scelzo

- Un incontro sorprendente
di Edda Calligaris

- Le Giornate nel racconto di un ragazzo alla prima esperienza
di Leonardo Demontis

- Una testimonianza dalla Tanzania
di Violetta Defilippo

◼︎COOPERAZIONE TRA POPOLI E PROGETTI

- Un viaggio in Togo e Benin
di Violetta Defilippo

◼︎PROMOZIONE SOCIALE IN ITALIA

- Mediatore di inclusione sociale di Caterina De Luisi e Annamaria Canonico

- Inclusione scolastica
di Salvatore Nocera

- Vademecum per una Pastorale senza Barriere 
di Anna Laura Gastaldi

- Con la Chiesa presenti nei territori - Riflessioni sul tema dell’anno del MAC
di Luigi Saccoman

◼︎RACCONTI DAL TERRITORIO

-Venezia – Il gruppo MAC in pellegrinaggio alla Madonna della Salute di Luigi Saccoman

-Vizzini – Il gruppo di Caltagirone incontra altre realtà Rosanna Lentini

-Bergamo – Uno stand promozionale per la raccolta fondi di Margherita Marlini

-Venezia – I gruppi del Triveneto celebrano Santa Lucia di Luigi Saccoman

-Treviso – Un incontro per celebrare Santa Lucia e per fare un bilancio di Ottorino Carotta

-Bergamo – Il gruppo MAC alla mostra Divine Creature di Margherita Marlini

Editoriale

di Francesco Scelzo 

Dialogo con l’Altro che è in noi

Esistono uomini atei? Esistono uomini non credenti? Chi sono? È pensabile un uomo senza Dio? A queste domande spesso ne seguono altre, ne sono seguite altre anche nella storia del pensiero occidentale: esiste Dio? Ci sono prove dell’esistenza di Dio? Chi è Dio? Cosa significa pregare? Cos’è la preghiera, il dialogo con Dio? In questo nostro tempo, in cui soffiano venti di guerra, di discriminazione sociale, in cui si agita molto spesso un linguaggio di lotta, di guerra, di sopraffazione, in cui la distanza tra ricchi e poveri è sempre più ampia e la fruizione delle risorse della terra è sempre più squilibrata tra pochi ricchi e molti poveri, poveri sempre più in crescita e sempre più poveri cosa significa pregare? Cosa significa pregare per la pace? Cosa significa pregare per la giustizia sociale, per la conversione degli uomini e dei responsabili delle Nazioni? Qual è il senso dell’instancabile incoraggiamento di papa Francesco, che ogni domenica invita i credenti a pregare per la pace? È questa una domanda a cui, a volte, è difficile dare un senso; sembra che non vi sia nessuna relazione tra la preghiera, tra la recita del rosario, tra la partecipazione alla Celebrazione Eucaristica e la vita reale delle persone e dei popoli; sembra che non vi sia nessun effetto per le terre in cui si combattono le numerose guerre, e tra esse le più note e le più vicine a noi, tra Russia e Ucraina, tra palestinesi e Israele, che ricorrono ogni domenica nel saluto del Papa ai convenuti in piazza San Pietro e a tutti coloro che si collegano tramite i media.

Ci chiediamo: qualcuno prega? I credenti delle diverse religioni - cristiani, musulmani, ebrei, induisti, buddisti, taoisti - pregano? L’uomo prega? Pregare è rivolgersi ad un altro per chiedere e per ascoltare la risposta, è un dialogo con l’altro. L’Altro, tuttavia, non è una realtà lontana; nella Bibbia e per i cristiani, pur Trascendente cammina “con noi”, è l’Emanuele, l’uomo è la Sua immagine; ogni altro, verso cui ciascun uomo tende, è sempre in noi. Pregare è un atto laico, umano, di ogni uomo in quanto membro dell’umanità; è un atto di meditazione, di riflessione, di contemplazione; è una “statio”, come si diceva un tempo, una sosta per interrogarsi, per riflettere sul proprio agire, sul proprio vivere, per confrontarsi con l’altro che è in noi. Per una comunità di Fede, per l’uomo credente pregare significa entrare in dialogo con il Dio in cui crede, entrare in dialogo con l’Altro. La relazione uomo-Dio, uomo-Altro è la questione centrale che pongono tutte le domande fin qui poste. Fondamentale e prioritaria è la risposta alla domanda sull’uomo; nessun uomo può essere, o è, non credente, ateo. L’uomo è relazione, cioè polo che tende ad entrare in collegamento con qualcos’altro, con la natura, con un altro uomo, con un’altra donna e, soprattutto, con qualcos’altro che è oltre, che è l’orizzonte che diviene la molla del suo andare, del suo camminare, del suo ricercare. Ogni uomo, tutti gli uomini vivono in quanto sono protesi verso l’altro e, più spesso, verso l’oltre e anche, per alcuni, verso l’Altro. Tutti gli uomini hanno iscritto dentro di sé “l’altro” con cui, sempre, sono in dialogo, con cui “pregano”. Le più recenti correnti di pensiero che si definiscono classicamente atee, come l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo, il positivismo, in realtà hanno una diversa concezione del dio in cui credono, al pari delle diverse religioni. I musulmani pregano Allah, i cristiani pregano Dio uno e trino, gli ebrei Jahweh, le numerose religioni animiste fanno riferimento ed entrano in dialogo con i diversi “spiriti”, i taoisti tendono all’Infinito, gli induisti, oltre al loro dio, credono Immagine: Preghiera anche alla reincarnazione e alla legge universale di causa-effetto, per i buddisti dio è l’eternità della vita, una vita che si ripete; l’illuminismo ha creduto di sostituire Dio con la dea “ragione” o anche con la volontà sociale universale, l’idealismo ha prodotto ciò che noi individuiamo come destra e come sinistra, la prima credente di uno “spirito assoluto”, dialettico che muove e giustifica il ciclo dell’eterno ritorno, la seconda ha grande fede nel materialismo dialettico, che con il marxismo diventa anche materialismo storico, mentre il positivismo ha grande fede nella scienza e nella tecnica, che risolveranno tutti i problemi dell’uomo e, divenendo pragmatismo, esalterà il fare, il produrre, il successo e tutto ciò che significano. Il pensiero contemporaneo, la post-modernità produrrà, a partire dagli anni ’60, un dio che pervade subdolamente l’intera umanità del nostro tempo, che è diventato come un anestetico: l’indifferenza, una vera religione del privo di senso, dell’assenza di significato, che è il colpo più duro alla relazione, al legame; l’uomo diventa una monade incomunicante, inaccessibile in un mondo frammentato. Anche quest’uomo, tuttavia, ha una sua fede in un dio: l’io; l’uomo approda al soggettivismo narcisistico e all’individualismo del nostro tempo. Ogni uomo è in dialogo con l’Altro che è in lui, tende all’oltre; uomo e altro sono intimamente connessi, così come leggiamo nella costituzione “Dei Verbum” della rivelazione che avviene attraverso fatti e parole intimamente connessi. Non esiste un uomo senza Dio, non esistono uomini atei. Tutti gli uomini pensatori, i filosofi, si sono confrontati con questo tema; sempre, nella storia del pensiero, ci si confronta con la questione fede e ragione, umanità e divinità. Religioni e filosofia provano a dare una risposta a questa questione antropologica, che rimane sempre una questione aperta in forza della realtà umana dell’essere libertà, apertura, tensione. Umanità e divinità sono intimamente connesse Immagine: Preghiera comunitaria e ciascun uomo, ciascuna corrente di pensiero, ciascuna religione prova a declinare questa relazione in modo diverso, ma nessuna la può negare. Pregare significa, perciò, riscoprire, far riemergere il dialogo tra uomo e Dio, il dio in cui ciascuno crede. Accogliere l’invito di papa Francesco a pregare per la pace, perciò, ha molto senso, è l’unico invito che ha senso e vale per tutti gli uomini. La preghiera paradigmatica del cristiano, il Padre Nostro, è la forma più chiara e più bella di cosa significhi pregare: riconoscere Dio come Padre, presente in ogni luogo, riconosciuto come Santo e Signore, di cui bisogna costruire il Regno e fare la volontà, chiedendo pane, pacificazione, capacità di non cadere in tentazione. Questo paradigma vale per tutte le forme di dio; se l’illuminista credesse veramente e pregasse di fronte alla ragione, non potrebbe non accogliere l’invito di papa Francesco perché si costruisca la pace e non la guerra; ciò vale per tutte le altre religioni e per tutte le altre forme di pensiero, persino per la religione dell’indifferenza: cosa ne è di un io che non rimane in vita? Cosa ne è di un uomo, pur soggettivistico e narcisistico, che rischia di scomparire a motivo dei conflitti in corso? Cosa ne è di un io senza l’altro? Se ogni uomo, ogni giorno, tre volte al giorno per il cristiano, cinque volte al giorno per il musulmano, con altre modalità e riti per le diverse religioni, ogni uomo come tale ogni giorno trovasse la forza di confrontarsi con il proprio altro che è in lui, con quel punto di riferimento per il quale crede di spendere la propria vita, non potrebbe non raggiungere l’obiettivo concreto della pace, della giustizia, della condivisione, della solidarietà. Un uomo che non prega non ha futuro.

 

 

LA PAROLA E LA VITA

Un atto di amore che fa bene al corpo e allo spirito

di don Alfonso Giorgio

«Chiesi a Dio di essere forte per eseguire progetti grandiosi; Egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà. Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare le grandi imprese; egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio. Gli domandai la ricchezza per possedere tutto: mi ha fatto povero per non essere egoista. Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me: egli mi ha dato l’umiliazione perché io avessi bisogno di loro. Domandai a Dio tutto per godere della vita: mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto. Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiesi ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno e quasi contro la mia volontà. Le preghiere che non feci furono esaudite. Sii lodato; o mio Signore, fra tutti gli uomini Nessuno possiede quello che io ho!» Questa intensa preghiera scritta da Kirk Kilgour, famoso pallavolista rimasto paralizzato nel 1976 a seguito di un incidente durante un allenamento, fu letta da lui stesso di fronte al Papa durante il Giubileo dei malati a Roma. L’ho scelta perché se da un lato può essere colta come un “grido” di dolore stemperato dall’accettazione della realtà, dall’altro mette in luce quelle che dovrebbero essere le giuste aspettative dell’orante: fidarsi di Dio e accogliere la Sua volontà anche quando si rivela contraria alla nostra volontà. Dopo la lettura di questa preghiera, sorgono numerosi interrogativi: perché una persona con disabilità, già provata dalla vita, dovrebbe pregare? Perché un uomo, una donna, in oriente, in occidente, al sud, al nord del mondo dovrebbero pregare? Perché pregare? Anche se queste possono apparire domande banali, si configurano invece come interpellanze esistenziali, perché fanno riferimento a quello che potremmo chiamare il substrato culturale di riferimento della persona, ma anche la tendenza innata in ogni essere umano ad affidarsi a “qualcuno”. Sin dalla nascita, infatti, noi gridiamo alla vita, desideriamo la vita, la gioia, la consolazione che vogliamo trovare sempre in qualcuno disposto a sostenerci. Nei primi giorni di vita quel “qualcuno” lo riconosciamo in quello che è il nostro caregiver, poi il nostro cuore si allarga e il “bisogno di Altro, del totalmente Altro che è Dio” si fa strada o, per meglio dire, si rivela dentro di noi attraverso gli interrogativi più profondi che sempre albergheranno le nostre dinamiche di comunicazione, di conoscenza e soprattutto il nostro inconscio. L’inconscio – così come scriveva Hillman, psicoanalista statunitense - è la porta che dobbiamo varcare per trovare l’anima. Esso fa degli esperimenti, delle esperienze che si riversano nell’anima; rende il pensiero limpido e chiaro quando le emozioni ci turbano ed è sempre attraverso l’inconscio che molti hanno trovato la via che porta all’amore ed alla Fede e sono riusciti ad afferrare in piccola parte ciò che è l’anima (cfr. James Hillman, Vita interiore: l’inconscio come esperienza, Zurigo 1967). Tutto il nostro essere, volenti o nolenti, è proteso verso Dio perché sentiamo come un richiamo dell’anima che ci sospinge e ci invita ad amarLo. Ecco perché preghiamo e sentiamo prima o poi la necessità di pregare: perché vogliamo amare ed essere amati. In questo senso, allora, la preghiera può essere colta come un vero e proprio slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di riconoscenza e di amore nella prova come nella gioia, così come ha fatto Kirk Kilgour attraverso la sua stupenda preghiera. Ma amiamo chi? Preghiamo per chi? Per cosa? È l’amore che ci sospinge poiché come sappiamo Dio è amore e chiama amore. Non possiamo fare a meno di ricordarcelo. Questa è la verità, anzi la Verità assoluta, che a noi si rivela in Gesù Cristo il quale si è autoproclamato “la via, la verità e la vita”. Ma Lui, intanto, può definirsi Verità in quanto ci ha amati fino alla croce. Ecco perché volgiamo lo sguardo su di Lui, perché ci ha “amati per primo” e si è fatto carico di tutte le sofferenze dell’umanità. Il Suo è un amore credibile perché ci ama al prezzo del Suo sangue. Ecco perché chi soffre può sentirsi amato e capito da Lui e sente di pregarLo e addirittura ringraziarLo. La solidarietà con chi soffre è evidente, vera e concreta. Ma nella preghiera dobbiamo sempre far attenzione a “non accettate nulla come verità che sia privo d’amore. E non accettate nulla come amore che sia privo di verità. L’uno senza l’altra diventa una menzogna distruttiva” (cfr. Edith Stein, Il problema dell’empatia, 1916). Quando ci relazioniamo con Dio nella preghiera dobbiamo presentarci a Lui nella verità “denudandoci”, cioè mettendo tutto il nostro essere di fronte alla Sua Immagine: grandezza; in parole semplici: “essere nella verità”. Che significa questo? Che anche quando siamo contrariati e non riusciamo ad accettare quello che ci capita, dobbiamo gridare a Dio con tutto il nostro dissenso così come fa Giobbe nelle sue terribili disavventure, per poi scoprire Lui che ci comprende e ci incoraggia con il Suo amore, rendendosi presente proprio in quelle situazioni terribili che viviamo e in ogni circostanza della nostra vita. Un’altra constatazione può essere fatta circa la verità della nostra preghiera. L’attingo al comando di Gesù: “amate Dio e amate il prossimo” (Mt 22,37-40). Il banco di prova del nostro amore per Dio, dunque, è il prossimo. Giovanni lo evidenzia bene quando dice che chi dice di amare Dio e non ama il prossimo è un mentitore (Gv 4,19-22). La nostra preghiera, quindi, sarà vera e gradita a Dio nella misura in cui sarà accompagnata dall’amore per Lui e per il prossimo. Edith Stein, nel suo capolavoro “Il problema dell’empatia”, ci invita a considerare l’importanza dell’amore e della verità nella nostra vita quotidiana. Secondo la Stein, l’amore e la verità sono come due facce della stessa medaglia e non possono esistere l’uno senza l’altro. L’amore senza verità può diventare “una menzogna distruttiva”. Quando l’amore è privo di verità, rischia di trasformarsi in manipolativo o ingannevole. Quindi, anche la preghiera può essere menzognera o quanto meno malsana, poiché verrebbe vissuta con fine utilitaristico, egoistico solo al fine di stare bene per se stessi e basta, non quale atto di amore vero e sincero verso Dio e verso il prossimo. Se amo e mi sento amato “nella verità” non posso non amare Colui che è la Verità, non posso vivere senza il Suo amore e questo mi rende consapevole che l’unico modo per stare vicino a Colui che amo è parlargli con il cuore, cioè pregare. Non posso non rivolgermi a Dio nella preghiera perché è nella preghiera che lo sento vicino e il Suo amore per me diventa tangibile e palpabile. L’esperienza del Giubileo che vivremo nel 2025 diventa per tutti un’occasione per dare spazio alla preghiera individuale e comunitaria; ecco perché papa Francesco auspica che per quest’anno, in preparazione al Giubileo, ci si impegni ad alimentare «una grande “sinfonia” di preghiera. Anzitutto per recuperare il desiderio di stare alla presenza del Signore, ascoltarlo e adorarlo». Alla luce di quanto detto, comprendiamo che pregare non è affatto tempo perso e sicuramente non fa male a nessuno, anzi recenti ricerche parlano della preghiera come una medicina: un balsamo del corpo e dello spirito. La scienza ha ampiamente dimostrato che la pratica religiosa può influire benevolmente sullo stato di salute, favorendo la guarigione e proteggendo non poco dalle malattie. Fra i primi ricercatori ad averne parlato c’è un cardiologo americano dell’Università di Harvard, Herbert Benson, che sin dagli anni Settanta ha ipotizzato per la preghiera la stessa azione biochimica prodotta dalle tecniche del rilassamento: abbassamento della pressione sanguigna, riduzione del ritmo cardiaco e allentamento della tensione muscolare. Pregare allora fa bene al corpo e allo spirito. Non trascuriamo la nostra relazione d’amore con Dio! Quando noi sentiamo nel nostro cuore: “Vorrei essere più buono... sono pentito di quello che ho fatto” è proprio il Signore che bussa. Ti fa sentire questo: la voglia di essere migliore, la voglia di rimanere più vicino agli altri, a Dio. Se tu senti questo, fermati. Il Signore è lì.

 

 

 

 

 

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